Intervista a Massimo Ilardi
italia |
repressione |
opinioni
lunedì 19 novembre, 2007 10:45
by caparossa - OMIRIDE (onanismo militante per la rivoluzione desiderante)
su "il manifesto" del 14 novembre 2007
Il sociologo urbano Massimo Ilardi sulla "questione ultra" di questi giorni
Il manifesto, 14 novembre 2007, p. 2
«La guerriglia ultras è cultura di strada. Per questo fa paura»
«La responsabilità dell'assalto alle caserme è delle istituzioni». Intervista al sociologo urbano Massimo Ilardi, esperto di tifoserie e violenza urbana
Eleonora Martini
«Il Ministro degli interni avrebbe dovuto dimettersi per come ha gestito l'omicidio di Gabriele Sandri». La guerriglia degli ultras romani? «Cosa si aspettavano, che gli ultras presentassero un'interpellanza parlamentare? La loro è una cultura di strada, e sulla strada si esprime». Massimo Ilardi non esprime una posizione di parte, ma il punto di vista di un sociologo urbano che ha studiato a lungo i temi della violenza di strada. Ilardi ha appena pubblicato per i tipi di Meltemi un'altra analisi della trasformazione delle città: «Il tramonto dei non luoghi».
Cosa pensi dell'assalto degli ultras alle caserme di Roma, domenica sera?
La responsabilità di quello che è successo va attribuita all'atteggiamento incosciente e provocatorio del capo della Polizia e del Ministro degli interni che hanno dato tre versioni diverse dell'accaduto. Credo che Amato avrebbe dovuto dimettersi per come non ha saputo gestire l'evento della mattina. Ovviamente non sto giustificando gli assalti di domenica sera, ma non ha senso etichettare quella massa di persone solo come criminali o facinorosi. Hanno risposto alle provocazioni sulla strada, come è nella loro natura.
Che relazione c'è tra la strada e gli stadi?
La cultura ultras è una cultura di strada, ma non è solo questo. È anche una cultura che si inserisce in quella tradizione italiana che politicizza immediatamente ogni manifestazione sociale. È molto diversa per esempio in Inghilterra la cultura hooligans che non ha mai avuto la polizia come nemico, mentre da noi l'odio contro la polizia unifica nel momento del conflitto le tifoserie profondamente diverse tra loro. In Italia, almeno dagli anni '70 in poi, la cultura ultras è antisistema per antonomasia. Proprio per questo il tifoso medio guarda a destra, dove riconosce l'elemento più anti-istituzionale. La sinistra d'altra parte si è sempre rappresentata come stato.
Non pensi che sul mondo ultras si allunghi la mano della destra neofascista, come scrivono Liguori e Smargiasse?
Loro fanno coincidere troppo la destra politica con la cultura ultras. Quello che conta per gli ultras è la simbologia di destra che rappresenta di più la carica anti-istituzionale. E l'Italia è l'unico caso in Europa in cui l'ultras si comporta così, con una forte politicizzazione degli eventi. È evidente che la cultura ultras è una cultura eversiva, che pone le premesse di una nuova legalità. Che però è una legalità di strada, proiettata immediatamente sulla strada. Questa fascinazione per la simbologia di destra non ha niente di ideologico, non ha spessore politico. Anche se ovviamente le culture della strada fanno sempre paura.
Alcuni degli assaltatori di domenica sera sono stati accusati di terrorismo...
Una stronzata micidiale, perché non hanno nessuna organizzazione stabile sul territorio. La cultura ultras si rende visibile solo al momento dello scontro con la polizia, quando i tifosi invadono le strade. Visto che negli stadi non può accadere più nulla.
È sulla strada quindi che nasce questa paura che sembra attanagliare tutti?
Sì, la paura nasce dove mettiamo a rischio i nostri corpi. Ma bisogna riflettere sul fatto che la strada sta tornando formidabilmente al centro del nostro mondo in un'epoca in cui il virtuale sembrava avesse in mano i destini di uomini e donne. La strada è ridiventata oggi il luogo massimo dello spazio pubblico che è lo spazio della paura, del controllo, della sicurezza ma anche del conflitto. Insomma lo spazio pubblico, dove si decide la politica del territorio, non è un luogo pacificato. Quello dei nostri nonni o dei nostri padri era creato dalle istituzioni, dalla parrocchia, dal partito. Nelle metropoli oggi si creano diversi spazi pubblici e le istituzioni non riescono a dominare questo spontaneismo.
Perché la strada sta tornando centrale?
Perché è in crisi l'agire politico, il governo dei territori attraverso i valori, le ideologie, i conflitti. Attraverso l'indicazione chiara dell'amico e del nemico. In questa crisi le pulsioni e i desideri si scaricano immediatamente sul territorio. E non c'è più mediazione tra quello che vorremmo fare, quello che desideriamo, e quello che facciamo. Insomma è venuta meno quella capacità che aveva la politica di proiettare sul futuro le esigenze, i bisogni, i desideri usando valori e ideologie. Ora si vuole tutto e subito. È un'eredità delle culture giovanili degli anni '70 e '80 che puntavano tutto sul presente.
Le periferie sembrano ormai in balia della cultura neofascista e non solo per l'attività politica di quei gruppi politici. Forse la destra è più brava a convogliare la rabbia?
Più si è frustrati, spaesati e più si ha bisogno di un nemico da combattere. Tanto più per strada, nei territori che nascono dal conflitto. In una situazione di controllo accentuato come quella che stiamo vivendo il conflitto si traduce il più delle volte in devianza, in follia. Ma se le periferie da una parte diventano tristi, dall'altra sono politicamente produttive. Non c'è un deficit di politica nelle periferie urbane, semmai è la politica tradizionale ad essere inadatta. I nuovi strumenti politici si trovano lì dentro: le periferie rimangono ancora i territori dell'innovazione, della creatività, delle nuove forme di conflitto e delle nuove alchimie sociali. Lì ci stanno i germi di un nuovo tipo di relazione sociale.